ICS Ceramica Salernitana tra arte, artigianato e design

(liberamente tratto dal libro “La ceramica è una strega” curato da Marco Alfano)

dialogo con Beatrice Zinno, Vittorio De Pasquale, Dario Palumbo

Vorrei iniziare proprio con Beatrice Zinno, come si presentava l’azienda quando è arrivata in  ICS?

BZ: C’è da fare una premessa, il mio arrivo ad ICS è successivo ad una serie di eventi  come trasferimento negli anni Settanta dell’azienda da Torre del Greco a Salerno; nel ’76 Vittorio De Pasquale era entrato in una società che contava ben 72 operai. Negli anni Ottanta, negli anni della cassaintegrazione, degli scioperi, Vittorio si ritrova solo e sigla un accordo coi sindacati che gli permette di lottizzare la struttura nella zona industriale e mantenere i posti di lavoro per portare avanti la lavorazione della ceramica nel distretto salernitano. Al mio arrivo in ICS, l’azienda era guidata da Vittorio De Pasquale  e da Antonio Giordano, che era direttore di fabbrica; in termini di prodotto la produzione vedeva linee di decorato a mano; ricordo che si lavorava tantissimo per un grossista toscano La Compagnia Italiana; si producevano decori tradizionali, cacciagione e limoni, gli scaffali erano pieni di questi oggetti. La realtà aziendale, o meglio il gruppo di lavoro, dell’ICS era composta all’epoca da Manifatture Ceramiche Salernitane, la ICA, che si trovava a Vietri che faceva decalcomanie, e un’azienda, Le Porcellane di Firenze, che produceva la classica porcellana che Vittorio rappresentava in tutta Italia. Erano quindi presenti tre aziende accomunate dallo stesso quadro dirigenziale, un gruppo ben organizzato, con gli stessi rappresentanti; insieme si partecipava alle fiere, dal GIFT a Firenze al MACEF di Milano, dove allestivamo bellissimi stand, pur rappresentando tre prodotti diversi.

Qual’ era la produzione che si proponeva?

BZ: Si proponevano soprattutto linee di piatti e complementi d’arredo interamente decorati a mano, si spaziava dalle forme lasciate in eredità da Federico Simone, come la  famosa linea “moresco” oppure il famoso decoro “margherita”, insieme ad altre più semplici che in quel momento rappresentavano lo stile decorativo più riconoscibile di ICS.

Immagino che con il passare degli anni il rapporto con la misteriosa materia della ceramica si sia fatto sempre più stretto, hai mai provato a lavorare questa materia?

BZ: Per me fare ceramica, occuparmi di questa materia, ha significato ed ancora significa esplorare un mondo puro, antico e infinito. Quando a volte mi trovo a parlare del mio lavoro con persone che non conoscono questa materia spiego loro che una fabbrica di ceramica non sarà soltanto una fabbrica di oggetti “seriali”, piuttosto un organismo biologico con una pulsazione, una sua meccanica e questo per un motivo: la ceramica deve necessariamente scendere a patti con il tempo. Ha bisogno di tempo per essere forgiata, per asciugarsi, modificarsi, per cuocere e diventare altro. Ci ho provato anche io a dare forma alla ceramica, tutti prima o poi ci provano. Uno degli artisti, purtroppo scomparso, che ha lavorato con noi, Ugo Marano, diceva che il gesto del torniante è come quello di un officiante, è quasi un gesto religioso, liturgico, il suo procedere per linee verticali e orizzontali segna idealmente una croce, ne fa quasi una benedizione. Trovo sia profondamente vero.

Vorrei chiedere a Vittorio com’è nata la collaborazione con Ugo Marano; che cos’era il progetto “Campionario infinito”?

VDP: Con Ugo Marano ci conoscevamo fin da giovanissimi, dall’epoca in cui realizzò l’opera la Fontana Felice e già all’epoca negli spazi di Casarte. Nel 2000 insieme con Pasquale Persico decidemmo di fondare un consorzio della ceramica. In effetti “Campionario infinito” era, più che un progetto aziendale, un’aggregazione di artisti che tramite un percorso collettivo intendeva dare loro la possibilità di farsi conoscere attraverso prodotti industriali.

Oltre al progetto del “Campionario infinito” di Ugo Marano sono nate anche delle produzioni? 

BZ: In effetti, l’eredità della collaborazione con Ugo, oltre alla bellezza umana che ci ha lasciata, è stata quella di condurre da noi quasi tutti i protagonisti della sua scuola dei Vasai di Cetara, e quindi Monica Amendola, Manuela Spirito, Enrica Rebeck, Marco Bacchilega, tutti giovani allievi che inevitabilmente apportavano in qualche modo nuova linfa, nuove idee. Anche se la linea di Enrica Rebeck è stata  l’unica poi ad entrare in produzione e commercializzata per tanti anni.

Avete mai avuto rapporti con il distretto di Vietri o di Cava de’ Tirreni?

BZ: Lavorando nella zona industriale di Salerno prima e a Giffoni poi siamo riusciti ad intraprendere un percorso tutto nostro che si rivolgeva ad un territorio molto più vasto, all’Italia intera e non solo, quindi non ci sono mai stati dei rapporti con il distretto di Vietri sul Mare o di Cava de’ Tirreni.

Oltre che con Marano, si segnalano negli anni le collaborazioni di altri artisti: Pietro Lista, Enzo Bianco, Mario Carotenuto e Fausto Lubelli, solo per citarne alcuni. Come sono nate questi contributi e com’erano i rapporti con i singoli artisti?

BZ: Tanti sono stati gli artisti passati in fabbrica, ma si trattava principalmente di collaborazioni mirate alla produzione, di qui nascevano anche le difficoltà nel coniugare idee, linguaggi e modi di fare propri dell’industria; in ogni caso sono grata a tutti per l’esperienza umana che è stata sempre significativa e di grande spessore. In ogni caso da queste conoscenze spesso nascevano progetti e produzioni, magari limitate rivolte a specifici clienti, ne è un esempio il progetto di Pietro Lista per la Centrale del Latte di Salerno. Significativa anche la collaborazione con Enzo Bianco, che nasce innanzitutto come grafico, quindi con un approccio diverso alla ceramica; infatti Bianco ci ha lasciato un forte contributo a livello tecnico, come nell’uso degli smalti e dei colori, poiché vista la sua formazione, è molto attento alla ricerca del colore e del segno. Diversi progetti sono nati in base ai suoi disegni, come ad esempio una serie di decalcomanie per un’ampia fornitura dell’Ente Provinciale per il Turismo. Anche per Mario Carotenuto si tratta d’una presenza significativa, legata ad un’occasione di incontro e di lavoro non ad una collaborazione.

Rispetto agli anni di Federico Simone in cui numerose erano le collaborazioni con noti designer, ICS ha adottato un cambio di rotta invece a partire dagli anni Novanta. Non si chiama più il designer ma l’artista. Perché?

VDP: L’azienda nasce come un a vera e propria fabbrica di design dell’epoca, collaborare con designer come Luigi Massoni ci permetteva di essere a livelli molto alti, ma poi negli anni Novanta abbiamo dovuto fare un cambiamento di rotta perché il moderno non funzionava tanto. Il designer era troppo avanzato e difficilmente riusciva a trovare un mercato, era piuttosto un mercato d’élite.

Com’è stato il rapporto con Luigi Massoni?

VDP: Duro, perché essendo lui un designer dalle idee molto sperimentali  e innovative bisognava trovare un punto di incontro con Federico Simone che invece aveva le sue idee, le sue forme che sebbene evolute nel tempo erano più legate alla ceramica tradizionale. Le produzioni di Massoni erano più dedicate ad un mercato difficile da intercettare e noi avevamo al stesso tempo necessità di avere delle linee di prodotti più facilmente commercializzabili.

DP: Desidero intervenire per chiarire il rapporto complesso tra ceramica e design, quest’ultimo come sappiamo, nasce quando le sue due funzioni, quella creativa e quella seriale, si dividono, quindi la fase creativa dell’artigiano si stacca da quella puramente commerciale. In un’azienda come ICS, ma più in generale le aziende ceramiche, si tende ancora ad unire le due funzioni, quella creativa e quella commerciale, perché colui che crea è anche colui che commercializza; questo aspetto si rivela a lungo andare stridente rispetto alla modernità. Per esempio in un’azienda del mobile nessuno del settore commerciale si metterebbe a disegnare, cosa che invece nella ceramica ancora avviene; in altri termini, non si è ancora riusciti a trovare un equilibrio tra operare artistico ed operare industriale, anche perché le aziende ceramiche finora non sono state in grado di aggregarsi, di fare rete, di creare dei prodotti artistici pensando al tempo stesso, si direbbe con Benjamin, alla loro “riproducibilità”. Si tratta comunque di una contraddizione “creativa” e feconda, e in questo senso già negli anni Settanta, ICS ha avuto un ruolo importantissimo; Vittorio De Pasquale con i suoi appassionati tentativi, ha gettato le basi perché forse qualcuno riesca oggi a pensare alla produzione ceramica in termini di mediazione tra arte, artigianato e industria.

Ma perché nel nostro territorio, a vostro avviso, non si è riusciti in tutti questi anni a creare un sistema tra le aziende?

BZ: Perché esiste un gap culturale e di crescita imprenditoriale, non c’è volontà di aprirsi. In altre zone d’Italia (si pensi solo al distretto emiliano) si trovano aziende che si evolvono, partecipano a fiere e contribuiscono ad accrescere e valorizzare il know-how di un intero territorio.

VDP: Bisogna ammettere che, come in tutti i consorzi circoscritti a realtà locali, come potrebbe essere quella di Vietri sul Mare, fatta di piccole realtà artigianali, è difficile fare sistema perché esiste un forte senso di chiusura verso l’altro.

Cos’è ICS?

BZ: Un posto dove tornare ogni mattina e ritrovare quello che si è lasciato la sera prima, sperando che nessuno lo abbia toccato e che tutto sia rimasto così come lo si era immaginato e creato. Un posto che ha smesso da tanti anni di essere una fabbrica, un posto verso il quale correre e da cui allontanarsi lentamente. Un posto dove ho conosciuto quasi tutto quello che si è mosso ed ha abitato il mio “tempo”.

Per ICS sono in programma partecipazioni a fiere e mostre?

BZ: Abbiamo scelto di non partecipare più a fiere perché ormai non sono più il punto di incontro tra produzione e consumo. Oggi quello che fa il tuo mercato è il lavoro sul territorio; oggi devi crearti un’organizzazione, farti conoscere. È chiaro che cinquanta anni di storia e tradizione possono farti vendere anche di più; oggi però tutto deve essere messo al servizio di un nuovo progetto che per noi si chiama design. È una scommessa che, da un punto di vista imprenditoriale, sono convinta possa funzionare.

Come nasce il progetto ICS Future Village?

BZ: ICS ha sempre avuto nel suo DNA una genuina vocazione per la ricerca, per l’arte, per la creatività intesa nel senso più largo del termine. Future Village, in collaborazione con Dario Palumbo, nasce dalla volontà di gettare un ponte tra le necessità della produzione industriale e gli imperativi della sperimentazione culturale e del progetto. Quando si è avuta l’idea di innovare la nostra ceramica tradizionale, quella di terra rossa, contattammo un certo numero di architetti e creativi, ma senza avere idea di quello che cercavamo; li abbiamo invitati a venire in fabbrica, gli abbiamo fatto ascoltare dischi in vinile, li abbiamo portati a gustare quello che di buono questo territorio poteva offrire. Non ricordo se a fine giornata abbiamo parlato anche di ceramica, di certo però eravamo diventati amici e ci siamo lasciati con la promessa di fare qualcosa insieme. Future Village nasce così, quasi setacciando oro in fiume, e oggi non è solo un progetto ma un’Azienda che propone una maniera innovativa di fare ceramica, cercando anche attraverso le collaborazioni con creativi di tutto il mondo e le realtà produttive del nord Italia di innovare, senza dimenticare le sue origini, la “nostra” ceramica decorativa.